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... e di acque

Pich pich el taiapiere no sarà mai rich
Pich pich, il tagliapietre non sarà mai ricco


 

 

La stessa acqua azionava un primo mulino, posto più in alto, per la produzione di farina di cereali e poi un secondo più in basso per la brillatura dell'orzo (pesta orzo). Prima di giungere a Forno di Zoldo, merita una visita Fornesighe, con i suoi caratteristici edifici in gran parte lignei, e con la ex-latteria che conserva tutta la strumentazione originale. In occasione del Carnevale, quando il paese si ripopola per il rientro dei gelatai da ogni parte d'Europa, sfilano alcuni curiosi personaggi mascherati, tra cui la Gnaga, vecchia donna che porta nella gerla un giovane. A una ventina di chilometri dal paese, sulla strada che mette in comunicazione lo Zoldano con il Cadore, è consigliabile una sosta a Cibiana, formata da tre borgate fitte di case, con murales di artisti contemporanei, fienili e fucine, legate all'attività più diffusa fino a qualche decennio fa: la fabbricazione di chiavi.

Chiodaiolo zoldano. Inizi del '900
Latteria di Fornesighe (1995)
Chiodaiolo zoldano. Inizi del '900Latteria di Fornesighe (1995)

Lo Zoldano era conosciuto in passato per le miniere di ferro e per il gran numero di officine, che nel secolo XIX si orientarono verso la produzione di chiodi. Nel 1873 fu costituita la Società industriale zoldana per le manifatture in ferro, un'associazione cooperativa con oltre settecento operai. La violenza delle acque del torrente Maè distrusse ripetutamente le fucine a forza idraulica, fino a determinare la cessazione di queste attività nel secondo dopoguerra. Poche sono oggi le tracce di una tradizione lavorativa che aveva raggiunto alti livelli di specializzazione: i toponimi Fusine, Forno di Zoldo, Fornesighe e la superstite "fusinela" di Pralongo, situata sulla destra orografica del torrente Malisia. Restaurata in questi ultimi anni, la piccola fucina costituisce uno dei punti di un futuro museo all'aperto (ricostruzione di un mulino, di una segheria, di una tromba idroeolica, di una fornace da calce), che parte dal Museo del chiodo a Forno di Zoldo. Il museo (in allestimento), progettato come quello degli zattieri di Codissago dall'etnografo Giuseppe Šebesta, raccoglie una significativa documentazione sui forni fusori e sulle forge da fucina e una collezione di chiodi e attrezzi per la loro fabbricazione. A Zoldo Alto suggestivo è l'insediamento di Coi, impreziosito da fienili di legno (tabià), con grate ed eleganti trafori. Non molto distante dal paese sono ancora visibili due mulini da orzo, alimentati dallo stesso corso d'acqua.

Pesta orzo. Mulino di Soffranco (1999)

Pesta orzo. Mulino di Soffranco (1999)

Imboccando la strada, che attraverso il Passo Duran mette in comunicazione lo Zoldano con l'Agordino, si raggiunge Goima, dove ha sede il Museo degli usi e costumi della Valle della Goima. Alcuni interessanti reperti, come ad esempio un pregevole stampo da tessuti, rinviano ad attività artigianali (fornai, falegnami, squerarioli, tintori) che si praticavano fuori della comunità, soprattutto a Venezia.
Significativi sono inoltre i capi di vestiario esposti: dagli scarpét di stracci e velluto al mantello da pastore in pelle di capra. La documentazione relativa alle attività boschive e di lavorazione del legno invita alla visita della segheria Ampezzan, non lontana dal Museo, costruita nel 1889 e tuttora funzionante, anche se con nuovi macchinari. La maggior parte delle superstiti segherie idrauliche alla veneziana si trovano nell'Agordino. Segnaliamo ad esempio quella di San Tomaso Agordino, che ha conservato intatto il vecchio edificio, quella di Voltago e quella di Cencenighe.

Scarpét. Museo di Goima

Scarpét.
Museo di Goima